Il melo è un volto noto nelle campagne italiane, un vero alleato per chi coltiva la terra o ama il giardinaggio. Non è raro vederlo anche in vaso, o lasciato crescere un po’ a casaccio nei cortili privati. Ma quando si passa ai frutteti specializzati, la situazione cambia: qui si applicano potature più rigorose, come la spalliera o il fusetto – tecniche che aiutano a tenere ogni ramo al suo posto. Una delle sue doti migliori rimane la resistenza al freddo. Non è un dettaglio da poco: cresce bene anche tra le montagne, dove l’inverno si fa sentire. La coltivazione non è un gioco da ragazzi, comunque. Occorre selezionare bene le varietà, scegliere portinnesti adeguati e stare sempre all’erta contro malattie e parassiti.
Varietà di melo ce ne sono tante, un vero bouquet di incroci pensati per migliorare resa, sapore e adattamento. Botanicalmente parlando, appartiene alla famiglia delle pomacee, come il pero e il cotogno. Il suo frutto si chiama “pomo”, nome che deriva da una sua specifica struttura – ma solo chi si interessa di botanica lo sa davvero. Nei frutteti professionali preferiscono alberi di taglia contenuta. Perché? Perché così si raccolgono e curano con meno fatica. Però, in certe zone, qualche melo può superare i dieci metri: dimostrazione chiara della vitalità della pianta. E qui un dettaglio spesso ignorato: il melo si adatta a molte tipologie di terreno. Basta evitare un eccesso di calcio, che può rovinare i frutti causando difetti tipo la butteratura amara.
Il clima e il terreno più adatti alla coltivazione del melo
Il melo si sente comodo nei climi temperati e non si spaventa se il termometro scende fino a –25°C in inverno. Quindi, lo si trova anche sulle montagne sopra i 1000 metri, in posti come l’Appennino o le Alpi, segnando così la sua presenza in gran parte d’Italia e dell’Europa con inverni freddi. Ma chi abita al Sud, dove il clima è più mite, deve tenere conto del “fabbisogno in freddo” – cioè quante ore passate tra 0 e 14°C servono per sbloccare la fioritura. Vale all’incirca intorno a 1000 ore, anche se alcune varietà, tipo l’Annurca, si adattano meglio ai climi caldi e sono diffuse nel Meridione. Chi vive in città, forse, non pensa spesso a come questa relazione clima-fioritura influenzi davvero la quantità di mele prodotte.

Sul terreno, il melo non fa storie: si adatta bene, anche grazie ai diversi portinnesti che ne modulano la crescita e la robustezza. Eppure, un suolo con troppo calcare è un nemico da non sottovalutare: può peggiorare la qualità del frutto e favorire malattie. Nei frutteti seri, prima di piantare, si fa un’analisi del terreno. In particolare si guarda al pH e alla composizione chimica per capire se la terra è “giusta” e può fornire i nutrienti di cui la pianta ha bisogno.
Come mettere a dimora e coltivare il melo con attenzione biologica
Quando si pianta un melo va prestata una certa cura. La piantina ideale ha uno o due anni, ed è innestata per assicurare vigore e qualità. La buca deve essere spaziosa – almeno 70 centimetri di lato e abbastanza profonda, così le radici si sviluppano senza problemi. Al momento dell’interramento si aggiunge compost o letame maturo – mai fresco, che rischia di causare marciume radicale. Un piccolo segreto poco noto? L’inzaffardatura: si tratta di immergere le radici in una mistura di letame fresco con acqua, sabbia e terra. Questa tecnica, tipica per le piante a radice nuda, aiuta a superare lo shock del trapianto.
Un particolare da non dimenticare riguarda il punto di innesto, che va collocato circa 15-20 centimetri sopra il livello del terreno. Dopo aver ricoperto bene la buca, si fa un’irrigazione abbondante alla base dell’albero. Utile soprattutto se si è in zone asciutte, dove la siccità può compromettere la crescita iniziale. Il portinnesto scelto incide sia sulla crescita che sulla disposizione degli alberi nel frutteto. Quelli vigorosi richiedono più spazio e forme di allevamento aperte, mentre portinnesti nani o semi-nani permettono di piantare più alberi vicini (anche meno di due metri), ottimi per sistemi tipo il fusetto. Il melo non è un self-service: ha bisogno di almeno due varietà fiorite insieme e dell’aiuto di api e altri insetti per l’impollinazione; spesso si usano arnie o bombi per aumentare le chance.
Coltivare biologicamente non è tutto rose e fiori. I frutti possono essere un po’ più piccoli o presentare qualche imperfezione, ma il risultato è più sano e in armonia con l’ambiente. L’irrigazione serve soprattutto all’inizio e per piante con portinnesti meno vigorosi, poi si interviene solo se fa davvero caldo o in momenti delicati come la fioritura o lo sviluppo del frutto. La pacciamatura, con paglia o fieno, aiuta a tenere l’umidità nel terreno e a fermare le erbacce. Durante la vita produttiva della pianta serve un buon apporto di concimi naturali: stallatico, humus di lombrico, compost fatto in casa, e qualche volta farine di roccia o cenere di legna. Così si mantiene la pianta in salute e produttiva, senza troppi sforzi artificiali.
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